“ In realtà inizia tutto molto prima, millenni fa, quando si stabilì che l’unica donna buona era la donna fertile, e la donna fertile era la donna giovane, quindi (per sillogismo) l’unica donna buona era la donna giovane. Bon, si viveva fino a trent’anni ad avercela grassa, a quattordici si figliava e non facevi in tempo a farti venire delle rughe di pregio. Però c’era questa cosa che il capotribù era quasi sempre maschio, e con l’età imparava il mestiere – o se non altro a distinguere le bacche buone da quelle cattive e a non stare sottovento ai bufali – e quindi un capotribù un po’ ingrigito era meglio di uno con il baffetto sghembo e la voce a saltelli. La femmina del capotribù, invece, non serviva che ci capisse qualcosa: bastava che facesse figli. Qualche migliaio di anni dopo, la mamma della pubblicità ha messo al mondo il primo figlio a quattordici anni. La maggiore va alle medie, quello dopo in quinta elementare, e lei non arriva ai trenta. Che è bene, perché poi – lo sapevano i cavernicoli – si muore. La pubblicità italiana ha ancora il fuso orario di Neanderthal.
Ma anche no: le madri adolescenti della pubblicità italiana | Me parlare donna un giorno (via plettrude)